Una pistola in ogni stampante 3D. La promessa di Cody R. Wilson intervista

Cody R  WilsonUna pistola in ogni stampante 3D. La promessa di Cody

NEW YORK. Alla fine, stando ai fatti, c’è un ragazzo che ha messo in rete un file. Un file con le specifiche per creare con una stampante 3d quindici pezzi di plastica. Pezzi che tutti insieme fanno una pistola. Una mossa che ha fatto intervenire d’urgenza il Dipartimento di Stato per oscurare il sito che ospitava le istruzioni digitali (nelle 48 ore online è stato comunque scaricato da circa 100mila persone). E che ha convinto il mensile Wired a inserire Cody R. Wilson nella classifica delle persone più pericolose del mondo. Un venticinquenne facile al sorriso, dai lineamenti delicati e i capelli corti tagliati di fresco, sprofondato in una poltrona verde salvia del leggendario hotel Waldorf Astoria, è la mente dietro a quella che ha battezzato la sua creatura Liberator, come l’arma che gli americani distribuirono agli alleati durante la seconda guerra mondiale. «Una wiki-weapon, una pistola fai-da-te. E poi un mitra in ogni casa. Sì, mi sembra davvero una bellissima prospettiva. Molto democratica» esordisce tranquillo. Come un manager che pianifica l’ambizioso lancio globale del suo prodotto. Con la differenza che lui lo regala. E se ci fai clic, quello che gli sta davanti muore.

Questo giovane uomo è un mistero. È stato difficilissimo fissare un appuntamento. Gli avevo scritto settimane prima proponendo di andare a visitare la sede di Defense Distributed, l’organizzazione no profit che ha creato con un socio a Austin, Texas, dove per un paio d’anni ha studiato legge. Risposta di una riga: «Fammici pensare». Poi niente per giorni. Altre mail, altri silenzi. Si divideva tra l’Arkansas, il Texas, un convegno in Canada, un appuntamento con un editore, le riprese per un documentario. Poi salta fuori l’invito per un dibattito al MoMA, il museo di arte contemporanea di New York, su «violenza e design». Ma non è sicuro di trovare il tempo perché sarà con la sua significant other, una formula neutra e assai ridicola per dire fidanzata, e dovrà «farla divertire». Tutto mi sarei aspettato, da uno che vuole armare ogni singolo americano per rispondere colpo su colpo al monopolio della forza da parte dello Stato, tranne che cadesse vittima del politically correct. Per molti versi dimostra i suoi anni. Per altri ha una lucidità, e molte letture, incongruenti con la sua condizione anagrafica. In un insieme complessivamente inquietante. Ma procediamo con ordine. Nell’estate del 2012, ancora all’università, annuncia su internet l’intenzione di mettere in rete le istruzioni per costruirsi una pistola. E chiede un contributo economico a chiunque condivida il progetto. Il sottobosco di fanatici del secondo emendamento, quello sul diritto sacrosanto di portare armi, suprematisti ariani e preppers che si preparano a un incombente scontro finale con i federali (googlate «Ar15 resistance» per capire di che livello di follia stiamo parlando), risponde con entusiasmo.

Il tempismo non sembrerebbe dei migliori. Pochi mesi prima c’è stato il massacro di Sandy Hook dove uno studente armato di Ar15 ha fatto fuori venti suoi compagni e sei adulti. Esattamente il tipo di fucile automatico che, dopo la pistola di polimeri, Wilson vorrebbe che tutti potessero fabbricarsi dalla cameretta di casa propria, con un computer e una stampante, ormai disponibile per poche centinaia di dollari, che riproduce oggetti tridimensionali stendendo un filo di plastica sull’altro. Barack Obama parla in tv del suo sconforto di fronte alla sedicesima strage di quell’anno, annuncia nuove leggi che renderanno meno facile l’acquisto di armi. Il capo della National Rifle Association, la potente lobby delle armi, gli risponde come nemmeno John Wayne: «La sola cosa che può fermare un ragazzo cattivo con una pistola è un ragazzo buono con una pistola». Wilson e il suo socio Benjamin Denio sanno che il momento è delicato. «Rischiavano di essere linciati dalla stampa. Ma abbiamo deciso comunque di non lasciarci spaventare, e anzi rilanciare. Visto che già se ne parlava, ci saremmo inseriti in quel dibattito non sulla difensiva, ma all’attacco. Perché quello e altri incidenti non cancellavano il principio. E il principio è che, oggi più che mai, quello di portare armi è un diritto. Per proteggersi dagli altri, e soprattutto dallo Stato».

Non lo dice alzando la voce, con la bava alla bocca o vestito da Rambo come spesso succede ai suoi fan di YouTube. Lo dice con calma e proprietà linguistica, come una constatazione di qualcosa che sembra sfuggire solo agli ingenui come il cronista. Esordisco quindi con un’obiezione classica. Non crede che, come dimostra a contrario il vicino Canada, una maggiore disponibilità di armi si traduce in un maggior numero di morti? «Forse, ma non sono numeri inequivoci. A Chicago e a New York le armi sono abbondanti, ma il livello di crimini è basso come non mai. Ma se anche fosse, l’arma è l’unica cosa che ci permette di stabilire chi sono i nostri amici e nemici, ci dà un’identità». E se capitasse che qualcuno sparasse a sua madre o a sua sorella con una sua pistola di plastica? «Ci hanno già provato a usare questo argomento. Qualche mese fa la polizia di Manchester aveva detto di aver scoperto dei criminali che avevano stampato una nostra pistola. Salvo poi smentire. Voglio dire che, sul totale, saranno comunque poche. Al momento sparano solo il 15 per cento delle volte. Sono un’affermazione politica più che un’alternativa pratica. E, da questo punto di vista, anche se un mio familiare dovesse essere ucciso da una di loro non mi farebbe cambiare idea. Sarebbero dei principi ben poco saldi se crollassero per questo, non crede?». Comincio a comprendere meglio la scelta di Wired («Quattordicesimo? Meritavo di più»). Ai tempi della guerra in Vietnam divennero famosi gli esiti alternativi di un medesimo sondaggio. Era giusto fermare i comunisti di Ho Chi Minh? 90 per cento: sì. Era giusto arruolarsi per farlo? 60 per cento. Doveva partire il proprio figlio? 30 per cento. Una flessione umanissima. Mentre questo ragazzo sembra non avere alcuno scarto tra teoria e prassi. Uno spread zero tra principi ed emozioni.

La sua costellazione ideologica è meno chiara. Si definisce un «cripto-anarchico», «post» o «trans-politico» («Dare un’arma a tutti è un’atto politico forte, non le solite chiacchiere»), un «antagonista», «contrario a ogni monopolio della forza da parte dello Stato». Tra i pensatori che l’hanno influenzato cita l’anarchico Proudhon, quello della «proprietà è un furto», ma anche Foucault per la microfisica del potere. «Seguendo il suo insegnamento, se le nostre armi diventassero ubique, la polizia sarebbe interamente occupata dal cercare di contrastarle, in un eventuale suicidio dello Stato». Ma gli piace anche Nietszche, per motivi che dà per scontati, e Baudrillard. Per evitare di essere incasellato, pattina pericolosamente sul vago. Quando Glenn Beck, uno dei conduttori tv più di destra in circolazione, l’ha invitato in trasmissione, nonostante la simpatia a pelle ha dovuto alzare le mani: «Non capisco cosa intendi dire». Una delle sue rare affermazioni condivisibili.

L’annuncio del 2012 creò un putiferio. Indiegogo, il sito di crowfunding, gli chiuse il conto per non rendersi complice. Lui passò ai bitcoin, la moneta virtuale preferita per gli scambi illegali (il suo nuovo progetto si chiama Dark Wallet, ed è un sistema per lavare il denaro sporco e rendere ancora più irrintracciabili le transazioni). Quando nel 2013 finalmente carica il file con le istruzioni per la prima pistola su Thingiverse, il forum degli stampatori 3d, i gestori lo censurano. Anche Stratasys, la compagnia che gli ha affittato la stampante, la rivuole subito indietro. Il Dipartimento di Stato fa il resto, «ma ormai era impossibile far rientrare in stazione il treno partito». Non ha almeno paura di finire in galera? «No, perché stiamo attenti a muoverci all’interno della legge. Qui in gioco, oltre al secondo emendamento, c’è anche il primo: condividere un documento, per realizzare un oggetto, rientra nella libertà di espressione».

Per certi paradossali versi ha ragione quando dice che è più una battaglia di idee che di disponibilità di attrezzi letali. Negli Stati Uniti è così scandalosamente facile procurarsi un’arma che questo mortifero bricolage non farà un’enorme differenza. Ciò però non è vero per il resto del mondo. E comunque peggiorare è possibile, anche qui. E queste sono pistole e fucili senza numero di serie e potenzialmente non rilevabili (Wilson ci ha messo un pezzo di ferro per non essere accusabile di voler evitare il metal detector, ma si può non farlo). «Sono potenzialmente invisibili» sorride il ragazzo «e per questo fanno paura». Per fare più sul serio rispetto al Liberator di plastica che agli inizi esplodeva più spesso in mano di quanto non facesse fuoco (le munizioni, ovviamente, sono standard e si possono comprare online), ora Defense Distributed ha fatto un salto di qualità concentrandosi sul lower receiver, il vero motore dell’Ar15. «La legge consente di comprare e assemblare l’85 per cento di questo fucile. Noi abbiamo messo in rete il file per stampare l’anello mancante, un pezzo di plastica dal valore di pochi dollari che trasforma il resto in qualcosa che può sparare 600 colpi al minuto». Chi parla è il bel ragazzo telegenico e brillante, che ha appena firmato un anticipo da 250mila dollari per un libro sulla sua filosofia, in compagnia del quale qualsiasi mamma sarebbe felice di vedere uscire la figlia. Almeno fino a quando, con la stessa convincente naturalezza, precipita nel suo lucido delirio.

Paura? Lui non ne ha. Anche se ipotizza reazioni al suo nuovo assalto al sistema, il monopolio statale di battere moneta, più cruente di quelle avute sin qui. Ha approfittato di questa visita per andare a trovare Charlie Schrem, uno dei pionieri di bitcoin, agli arresti domiciliari a Brooklyn con l’accusa di avere «lavato» monete virtuali per poi usarle su Silk Road, il supermercato criminale della rete. «È stata una conversazione interessante» sorride. Se le cose si mettono male anche per lui userà i soldi del libro per un buon avvocato. Tutto torna nella cosmogonia interiore di questo giovanotto che, se non dicesse quel che dice, sarebbe anche simpatico. La sua testa, come lo chassis pressofuso della pistola che ha condiviso col mondo, è un pezzo unico, senza scanalature, dove i dubbi non attaccano. Ma che direbbe l’anarchico Proudhon sapendola ospite di questo hotel extra-lusso, base storica di diplomatici e capi di Stato? «Bell’osservazione» concede «io direi che è una contraddizione. Pochi mesi fa ero uno studente, senza un dollaro. Oggi sono qui. Domani chissà». Intanto deve tornare dalla fidanzata. Chissà che ne pensa lei di un possibile domani dove i bambini giocano ai cowboy con kalasnhikov veri e fai-da-te.

Riccardo Staglianò da repubblica.it

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