Al Moma di New York la pistola 3d Liberator

liberator pistola 3d 03 Tra i più dibattuti The Liberator, la prima pistola quasi interamente in plastica realizzata con stampa 3D
“Stampare” una pistola, vera
La nuova frontiera del design al MoMA

Non tutto quello che riguarda il design si può comprare. A volte nemmeno toccare. Le espressioni e i linguaggi della cultura del progetto sono ormai così numerosi e differenziati che risulta difficile tracciare i confini della disciplina. Oggi i designers non si occupano solo di artefatti tridimensionali ma progettano immaginari, modificano stili di vita, veicolano messaggi. A volte provano persino a dare forma alle emozioni, come l’amore, il coraggio, la paura. Ed è a questa dilatazione della cultura legata al design che aspira il progetto curatoriale online coordinato da Paola Antonelli, Senior Curator del Dipartimento di Architettura e Design del MoMA, e Jamer Hunt, Direttore dell’MFA in Transdisciplinary Design presso la Parsons The New School of Design, interamente dedicato al rapporto tra il design e la violenza.

L’obiettivo di Design and Violence, questo il nome dell’esperimento partito nell’ottobre del 2013, è quello di sollevare interrogativi sul ruolo della violenza nella società contemporanea. Tramite il racconto di progetti di design che instaurano relazioni ambigue con il concetto di violenza, il pubblico è invitato a partecipare a dibattiti con esperti in varie discipline, dalla scienza alla filosofia, dalla politica al giornalismo.

Gli oggetti sono pubblicati in rete con cadenza almeno settimanale, accompagnati da immagini o video e da testi critici dei curatori e degli ospiti invitati. I post sono suddivisi in categorie tematiche, a seconda delle azioni violente che gli oggetti evocano o vogliono condannare, e comprendono una domanda aperta e provocatoria a cui i lettori possono rispondere innescando discussioni avvincenti e controverse. Tra i più dibattuti The Liberator, la prima pistola quasi interamente in plastica realizzata con stampa 3D dal texano Cody Wilson. Solo uno dei 16 pezzi è in metallo ma può essere facilmente reperito, così come le istruzioni open source per produrla. A destabilizzare non è solo che l’arma sia effettivamente funzionante e che si possa stampare a casa (il costo delle stampanti è però ancora molto alto), ma che il progetto sia nato in nome di una libertà di espressione per la quale l’open source dovrebbe costituire una positiva conquista.

La mozione sollevata dai curatori riguarda proprio questo: è legittimo limitare uno strumento, in questo caso una tecnologia, se non ne condividiamo le conseguenze? Le risposte sono molteplici e non sempre sostenibili, ma ciò che emerge è l’accresciuta funzione culturale del design e la necessità di educare ad un uso consapevole dei mezzi, anche digitali, per evitare derivazioni inattese. Di tutt’altra poetica il progetto Violence della designer di profumi Sissel Tolaas e del fotografo Nick Knight, che restituiscono in un’essenza il possibile profumo della violenza. Attraverso la raccolta di campioni di sudore dei lottatori di combattimenti in gabbia i progettisti sviluppano un profumo che è, a tutti gli effetti, una formalizzazione tangibile della rabbia, della brutalità e dell’aggressività dell’uomo. Il rapporto con la violenza è meno esplicitato rispetto all’arma di Wilson, ma le implicazioni che il progetto suscita sono assai più dolorose e disturbanti, così come assai difficoltoso è rispondere alla domanda proposta: la violenza è maschio?

A fare da sfondo a quest’innovativa formula di sperimentazione e ricerca (non dimentichiamo che l’iniziativa parte dalla più grande istituzione museale al mondo di arte moderna), il parallelo tra etica ed estetica, tema centrale e fondante per il design e non solo. Gli oggetti selezionati tuttavia non vengono celebrati per la loro valenza formale o funzionale, ma piuttosto per la loro capacità di avere un impatto sociale, comunicativo ed emotivo. Quello che si indaga è il significato esteso del design, le responsabilità del progettista e il rinnovato ruolo che il museo deve svolgere nella società, coinvolgendo il pubblico e fornendo strumenti e conoscenze per sviluppare capacità critiche e riflessive.

di Virginia Lucarelli* da corriere.it

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